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I coni sono provvisti, come abbiamo
già avuto modo di vedere, di ghiandole velenose e di un apparato boccale atto alla
predazione di pesci, vermi e altri molluschi, coni di altre specie inclusi.
Gli individui di alcune specie di coni, almeno quelli di maggiori
dimensioni, sono pericolosi anche per l'uomo. Conus geographus e Conus striatus sono
dotati di proboscidi molto lunghe ed estensibili, in grado di raggiungere qualsiasi parte
della loro conchiglia e non devono in nessun modo essere raccolti con le mani nude. I
denti della radula sono, in entrambe le specie, lunghi più di dieci millimetri e possono
perforare tessuti sottili. Le ferite da essi inferte sono spesso fatali e, come minimo,
possono causare paralisi temporanee degli arti e difficoltà respiratorie.
Di minor pericolosità risultano i
piccoli coni piscivori come C. catus, C. magus, C. monachus, C. obscurus, etc., ma non per
questo vanno maneggiati con minore attenzione.
È ancora controverso se il veleno dei coni molluscivori sia
pericoloso per l'uomo. Nei test di laboratorio effettuati sul veleno di C. aulicus , C.
marmoreus e specie affini non è deceduta alcuna cavia. Fortunatamente queste specie non
sono eccessivamente aggressive e i loro motivi a tenda, che si intravedono attraverso il
sottile periostraco, permettono di individuarli con facilità. Comunque tutti questi coni
sono potenzialmente pericolosi e devono essere maneggiati con la massima
cautela.
Molti dei grossi coni vermivori, come
C. betulinus, C. leopardus, C. litteratus, C. quercinus, etc., devono essere considerati
potenzialmente dannosi in virtù della loro grossa taglia sebbene il loro veleno non abbia
un effetto di rilievo nei confronti dei mammiferi. La reazione alle loro punture si limita
a generalmente a gonfiore e a infiammazioni localizzate. Comunque anche la puntura di un
piccolo vermivoro come C. pulicarius può essere dolorosa come quella di
un'ape.
Il veleno dei coni piscivori e dei grossi molluscivori agisce
nello stesso modo di quello di serpenti elapidi (cobra, serpente corallino). Appena dopo
pochi minuti dalla puntura, a volte meno di cinque, il veleno comincia ad avere effetto e
ogni trattamento medico può rivelarsi inefficace.
La ferita provoca un dolore lancinante, e all'inizio
localizzato, seguito dall'intorpidimento dell'arto (in genere la mano, il braccio o il
piede) colpito. Il veleno gradualmente blocca l'azione dei nervi delle estremità causando
prima formicolio, gonfiore e arrossamento, poi capogiro, vomito e dolore acuto. Ben presto
viene interessato anche il diaframma e hanno inizio difficoltà respiratorie quando i
polmoni rallentano la loro funzione. Sopraggiungono poi senso di vertigine, incapacità di
mettere a fuoco le immagini, difficoltà di deglutizione e di fonazione. La morte è
causata quindi da una insufficienza respiratoria, quando il diaframma e i polmoni
risultano completamente paralizzati, seguita da arresto cardiaco.
Se la ferita è inferta da coni di piccola taglia o di
bassa tossicità i sintomi, di minor intensità, si esauriranno in un lasso di tempo
variabile da poche ore a qualche giorno.
In ogni caso, la cosa migliore da fare è di evitare di essere colpiti. Questo comporta
di non maneggiare coni vivi con le mane nude, non trasportarli in sacchetti dalle pareti
sottili e quindi perforabili, non introdurre le mani nude nella sabbia o tra i detriti
corallini. Le medesime precauzioni devono essere prese qualora si tengano coni in
cattività.
Per quanto si conosce (Shepherd) l'effetto del veleno è dovuto a diversi tipi di
conotossine che agiscono in modo sinergico. Le W-conotossine ostacolano l'ingresso del
calcio nella terminazione nervosa e inibiscono il rilascio dell'acetilcolina. Le
M-conotossine modificano i canali del sodio nelle cellule muscolari. Infine le
A-conotossine bloccano i recettori nicotinici dell'acetilcolina. Olivera e coll. hanno
messo in evidenza l'importanza che rivestono due diversi tipi di peptidi, isolati da coni
(C.purpurascens), le conantochine e le omega-conotossine nella inibizione dei
recettori nervosi.
In C. geographus è stato isolato un peptide che induce il sonno nella cavia.
Se l'incidente ha luogo lontano da un presidio medico,
probabilmente l'unica cosa che si può fare, prima e durante il trasporto al centro più
vicino, è quella di tenere la vittima distesa e immobile con le estremità in posizione
pendente, cercando di mantenere la ventilazione polmonare e provando eventualmente a
succhiare il veleno dalla ferita. Siccome la vittima può presentare paralisi dei muscoli
oro-faringei, vi può essere il rischio di aspirazione di materiale eventualmente
vomitato.
Nei centri di rianimazione, la prima cosa da fare, in
caso di sospetta ferita da coni, è quella di trattare la insufficienza respiratoria. Si
applica innanzi tutto un bendaggio che blocchi la circolazione venosa e linfatica a monte
della ferita. (La circolazione arteriosa distale rispetto alla ferita non dovrebbe essere
messa in pericolo). La fasciatura deve essere applicata per 4-6 ore e non deve essere
rimossa prima che l'operatore sia in grado di intervenire.
Non è attualmente disponibile alcun antidoto nei
confronti del veleno dei coni. L'arto colpito deve essere posto in acqua calda, non
bollente, per dare sollievo al dolore. In caso di avvelenamento di grave entità può
essere necessaria la somministrazione di un anestetico ad azione locale (lidocaina
all'1-2%) o di un analgesico. È pure raccomandata una incisione seguita da drenaggio
seguiti da immersione in acqua alla temperatura di 45°C.
I punti chiave dell'intervento comportano un sostegno all'apparato respiratorio e
cardiovascolare.
Quale terapia empirica può essere utilizzato per la paralisi Edrophonium 10 mg IV. In
caso di manifesta ipotensione può essere impiegata utilmente una dose di 2-4 mg di
Naloxone IV che blocca la risposta vasodepressiva delle beta-endorfine.
Nei pazienti affetti da arresto cardio-polmonare e che
necessitano di ventilazione meccanica sono necessarie cure intensive e monitoraggio. Anche
coloro che manifestano ipossia e/o ectopia cardiaca dovrebbero essere avviati al
monitoraggio per ulteriori osservazioni.
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